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Trattare,
seppure sommariamente, dell’introduzione in Italia della bufala e della
diffusione dei suoi prodotti, non è facile, e per la frammentazione delle fonti
e per la loro scarsezza.
Nella
letteratura affiorano errori palesi che, anche ad un superficiale esame,
rivelano tutta la confusione che si è fatta e si fa intorno a questo animale.
L’argomento,
infatti, ha destato sempre poco interesse, sia per l’esoticità del soggetto,
sia per la limitatezza dell’ambiente in cui si è acclimatato.
Il
bufalo (lat. scient. Bubalus Frisch): genere di ruminanti della sottofamiglia di
bovini: forme tozze, arti corti e grossi, pelame scuro e negli adulti scarso,
corna segnate da rugosità trasversali sono le caratteristiche che differenziano
il bufalo dal bovino.
Frisch,
che lo studiò nel 1775, lo distinse in due sottogeneri: bufalo asiatico e
bufalo africano. Il primo è diffuso in tre specie nel Borneo, nell’ India
orientale e settentrionale, il secondo è diffuso nell’Africa occidentale,
centrale ed orientale, in forme numerose che vanno riunite in una sola specie.
Il
bufalo indiano, bos bubalus di Linneo, è il diretto progenitore del bufalo
domestico asiatico, africano ed europeo.
Il
Bufalo domestico (Bubalus bubalus) è un mammifero ruminante artiodattilo che
appartiene alla famiglia dei Bovidi; la pelliccia è di un colore grigio
scuro uniforme, le corna sono appiattite e ricurve all'indietro.
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A.E. Brehm in “La vita degli
animali”, nella seconda metà dell’800, scrive:
“Sinora non s’è determinato in
modo preciso per quale via il bufalo domestico siasi sempre più diffuso. Non
v’ha dubbio che sia originario dell’India, appunto perché concorda
perfettamente con quello che vive ancora colà allo stato selvatico.
Probabilmente passò in Persia a seguito dei grandi eserciti, o colle popolazioni
migranti, poiché i compagni di Alessandro il Grande ve lo trovarono. Più tardi
i musulmani lo avranno trasportato nella Siria e nell’Egitto.
In Italia venne
nell’anno 596, sotto il governo d’Agilulfo, col massimo stupore degli Europei.
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Dapprincipio si è senza dubbio riprodotto molto lentamente, poiché il santo
Giribaldo, che percorse la Sicilia e l’Italia sul principio del secolo XVIII,
non conosceva ancora il bufalo domestico, e si stupì quando lo incontrò più
tardi sul Giordano. Attualmente si trova oltre all’Indostan, in tutto
l’Afganistan, nella Persia, nell’Armenia, nella Siria, nella Palestina fino
al Mar Caspio ed al Mar Nero, nella Turchia, nella Grecia, nelle regioni basse
del Danubio, nell’Italia, ed è comunissimo anche in Egitto, ma non nella
Nubia.
Le regioni calde, paludose o ricche d’ acqua,
convengono meglio a questo animale, che tiene il mezzo tra le bovine e i
pachidermi. Il Delta del Nilo è pel bufalo un vero paradiso; si trova anche
molto bene nelle miasmatiche paludi pontine, nelle regioni paludose della
Campania, delle Puglie, nelle terre basse del Danubio. E’ quasi l’unico
abitatore delle paludi d’Italia, giacchè tutti gli altri animali domestici
soccombono in quelle regioni malsane, e perciò è meravigliosamente proprio
alla coltivazione del riso. E’ dappertutto comune nel Basso Egitto, ove,
unitamente alla capra, è il solo animale che produca latte e burro. Ogni
villaggio nel Delta, ed anche nell’Egitto superiore, ha nel suo centro un
vasto pantano che offre ai bufali un comodo bagno; più che non al pascolo si
vede il bufalo nell’acqua; vi si tuffa profondamente, quando può, tanto che
appena spuntano fuori la testa ed un poco del dorso. Lo straripamento del Nilo
segno per esso l’epoca del godimento. Si aggira nuotando nei campi sommersi,
mangia l’erba delle parti rilevate, il duro carice dei siti incolti, si raduna
in numerosi branchi, si trastulla nell’acqua, e torna a casa solo quando le
femmine hanno bisogno d’esser munte, e vengono perciò accompagnate dai
maschi. E’ bello veder nuotare nel fiume larghissimo un branco di bufali; i
loro pastori, bambini da otto a dieci anni, siedono loro sulla groppa, e si
lasciano spensieratamente portare dai fedeli animali fra lo scendere e il
sollevarsi delle onde mugghianti. Non si può abbastanza ammirare la maestria
nel nuotare di cui fan prova i bufali. Sembra che l’acqua sia proprio il loro
elemento, si trastullano insieme mentre nuotano, si tuffano, si mettono sul
fianco, in parte sul dorso, si lasciano portare dalla corrente, mollemente,
senza muovere neppure una gamba, attraversano in linea retta il fiume solo
portati giù dalla corrente. Passano ogni giorno nel fiume da sei ad otto ore;
attendono colà comodamente allungati al ruminare, e con una soddisfazione
almeno eguale a quella che provano i loro signori cugini sdraiati sul suolo.
Ogni bufalo diventa molto irrequieto, e persino cattivo, se deve per un certo
tempo esser privo d’acqua. Le pozzanghere fangose gli accomodano assai meno
delle acque profonde di uno stagno ben disposto, o dalle fresche onde di un
fiume; perciò si vedono sovente durante la siccità in Egitto i bufali prendere
il pesante galoppo, cui non ricorrono che nel maggior furore, e precipitarsi,
come spiritati, a capo fitto nelle onde del fiume. Nell’India ed anche in
Italia, molte persone hanno dovuto perdere la vita in in conseguenza della
smania per l’acqua di questi animali. I bufali attaccati a veicoli correvano
come fuori di se, col loro carico, al fiume, e seppellivano nelle onde se ed il
veicolo ad un tempo.
Sul terreno il bufalo è decisamente molto più
impacciato che non nell’acqua. Il suo passo è pesante e la sua corsa, sebbene
faccia molto cammino, è uno stentato spingersi avanti. Quando è in grande
furore, o, come già fu detto, ha vivo desiderio dell’acqua, la pesante bestia
prende il galoppo, se così può chiamarsi una successione di salti sghembati.
Non persevera certo in cosiffatta andatura più di cento o duecento passi, e
torna a trottare, poscia a camminare nel suo pacato modo consueto.
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Chi per la prima volta incontra bufali domestici
raccapriccia davvero.
L’espressione della loro faccia indica un’indole
indomabile ed una ferocia nascosta. Dall’occhio si svelano l’astuzia e la
perfidia... Ma non si tarda a riconoscere che si avrebbe torto a giudicare il
bufalo dall’apparenza.
In Egitto almeno è un animale pacifico, che si affida senza timore alla
custodia di bambini. Ho veduto più di venti volte, ragazzine sedute sopra il
fascio di trifoglio legato sul dorso della bestia, spingere a casa il
bufalo, col mezzo di un bastone, valicando all’uopo fossi e bracci del Nilo;
ma non ho mai udito che fosse capitata disgrazia. |
Il
bufalo nella sua indole intellettuale si distingue per una profonda indifferenza
per tutto quello che non è acqua o cibo, ad eccezione forse unicamente del
piccolo che la femmina abbia da poco partorito. Si rassegna colla medesima
stupida indifferenza a quello che non può evitare; tira filosoficamente l’aratro
ed il carro, si lascia condurre a casa e di nuovo ricondurre al campo, né
pretende altro se non che di godere il suo bagno quotidiano per parecchie ore.
Del resto il bufalo è poco adoperato per l’agricoltura in Egitto, ove lo si
adopera specialmente a portare carichi e cavalieri per varcare il Nilo. Il
bufalo aiuta ad arare se capita ad un fellah di doversi servire di un cammello.
Questo nobile animale, trova, già s’intende, in tal volgare lavoro, un
illimitato disprezzo della sua dignità, e si rassegna colle mostre del massimo
malvolere. Il bufalo è allora per esso il miglior compagno. Seguita il suo
cammino col passo tranquillo di prima, perfettamente indifferente, del resto, al
furore od alla rassegnazione del suo vicino, al quale oppone si valida
resistenza, che questo per amore o per forza deve finire il compito giornaliero.
Una virtù straordinaria del bufalo
è la sua sobrietà, veramente senza esempio. Il cammello che viene citato come
un modello di moderazione, l’asino che trova nel cardo un cibo squisito, non
superano certamente il bufalo. Esso sdegna le erbe succose e saporite care agli
altri buoi, ricerca le piante più secche, più dure, più insipide. Un bufalo
che, d’estate, trovasi fuori, e può cibarsi a sua scelta, lascia stare
l’erba, il trifoglio, il fieno offertogli nella stalla, e anela a più
semplici cibi. Le erbe acquatiche e delle paludi d’ogni sorta, i giunchi, le
canne e simili, in una parola le erbe che gli altri animali disprezzano, sono
per esso più squisite, e le mangia come se fossero leccornie. E sa trar buon
profitto di tale cibo, poiché dà un latte eccellente, di gusto squisito, ricco
di panna, da cui si ottiene in copia un burro eccellente. L’Egiziano vede nel
suo Gamus la più utile delle bestie domestiche, e non ha torto.
Il bufalo è sgradevole pel suo
sudiciume. Sovente rassomiglia ad un maiale che si sia avvoltato in una
pozzanghera, poiché trova ancor esso la gioia del suo cuore nei luoghi che
fanno la delizia di quel ben noto quadrupede. A lui è perfettamente
indifferente che la melma gli si sia appiccicata ai crini, o che un bagno di
lunghe ore nelle fresche acque del fiume lo abbia completamente lavato e
ripulito. Sa sopportare con calma e filosofica dignità quelle varie condizioni.
Lo si accusa anche di vedere in certi tempi nella diletta bandiera rossa del
profeta un oggetto che eccita la sua collera, e lo induce a precipitarsi
furiosamente sui santi cenci, per cui i Turchi, saldi nella fede, lo considerano
come un reietto, che disprezza in modo infame le leggi dell’Altissimo; gli
Egiziani invece gli perdonano, in considerazione dei servigi che presta loro,
siffatti eccessi, senza cercar altro, o forse convinti che la misericordia
dell’onnipotente sarà grande anche per quel tizzone d’inferno di libero
pensatore.
I
Tudas, tribù indiana, che abita le
alture del Nilgeni, e si scosta essenzialmente nei costumi e nella religione
degli Indù, la pensano sul conto del bufalo in modo diverso assai dai Turchi.
Lo onorano quasi al par d’un Dio. Numerosi armenti delle più belle razze
vengono da essi mantenuti, e considerati come i più importanti animali
domestici. Presentano alle loro divinità il latte di bufala come cosa santa, e
interi armenti sono serbati per l’uso del tempio, e vanno a pascolare nei
prati consacrati. Il zebu all’incontro, oggetto di speciale venerazione per
parte degli Indiani, è da essi tenuto in poco conto. Giusta il parere di quella
gente, il vitello del bufalo è il capro emissario carico dei peccati umani,
come nel linguaggio simbolico dei nostri preti l’agnello è la vittima
espiatoria. Ma il modo di vedere dei Tudas si scosta alquanto da quello dei
preti cristiani. Per esempio, alla morte di un ricco si ammazza un bufalo
affinché accompagni nell’altro mondo l’onesto Tuda, e ne porti fedelmente i
peccati; il vitello invece porta quelli del comune intero. Nondimeno mentre vive
il bufalo è sottoposto dal Tuda ad un lavoro assiduo e al trasporto di carichi
pesanti, probabilmente nella buona intenzione di prepararlo davvero al peso
ancora più grave dei peccati che avrà da portare.
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Il bufalo è un essere silenzioso.
Quando se ne sta nel suo bagno fresco, non schiude la bocca, ed anche se lavora
o pascola attende senza fiatare ai fatti suoi. Le femmine sole che hanno piccoli
lattanti, od i maschi che sono stati indotti nel maggior furore, lasciano
talvolta risuonare la loro voce, che non è altro che un forte muggito,
spiacevole in sommo grado, e che sta in mezzo tra il muggito ben noto delle
bovine e il grugnito del maiale.
Lasciato a se stesso, nelle regioni più
settentrionali, il bufalo si accoppia nei mesi di primavera, cioè in aprile e
maggio.
Dieci mesi dopo la femmina partorisce; il neonato è una creatura assai
deforme; è tuttavia teneramente amato dalla madre e difeso in caso di pericolo
col noto coraggio della sua razza.
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E’ adulto nel quarto o nel quinto anno e
vive sino a 18 o 20 anni. Il bufalo si accoppia senza grande difficoltà collo
zebù; col bue domestico invece la cosa non si fa da se, né capita mai di
proprio impulso. Tale incrociamento è finora rimasto infruttuoso, poiché il
feto, di cui è padre il bufalo, è già tanto grosso nel seno materno che
all’atto della nascita o muore , od uccide la madre.
L’utile del bufalo è relativamente
maggiore di quello che produce il bue, perché quello non esige nessuna cura, e
si ciba di piante ricusate da questo e da tutti gli altri animali domestici.
E’ un animale utilissimo nelle regioni paludose, ed anche pel dissodamento dei
campi. Quello che gli fa difettoin intelligenza è compensato dalla sua
prodigiosa forza. La sua crne è dura e tenace, sgradevole anche pel suo odore
di muschio; ma i bufali giovani dovunque si mangiano volentieri. Il grasso è
eccellente; lo si preferisce pel gradito sapore e per la cedevolezza a quello
del maiale. La pelle grossa, spessa, è molto pregiata, e dalle corna si
fabbricano eccellenti e durevoli utensili d’ogni sorta.
Nell’India soltanto, e forse ancora
in Persia, il bufalo ha nemici che lo possono danneggiare. E’ per vero
eccessivamente raro che uno strupo di lupi attacchi un bufalo nelle bassure
danubiane, e il bufalo deve essere sfinito di forze se i suoi nemici riescono
ad avere il sopravvento, perché un bufalo irritato è in faccia al lupo un
nemico troppo potente. La stessa cosa avviene nell’India, sebbene colà il
bufalo domestico e il selvatico abbiano da fare col medesimo nemico, la tigre.
Non v’ha dubbio che questa temuta fiera prenda buona parte dei suoi pasti a
danno dei branchi di bufali; ma è altrettanto certo che un branco di bufali
mette una tigre in fuga, e i pastori non si stimano punto in pericolo quando
attraversano, a cavallo dei loro bufali, i boschi in cui trovansi le tigri ”.
Gli
studiosi non sono concordi nello stabilire l’epoca nella quale il bufalo fu
introdotto nelle nostre zone; l’autorevole Leclerc, Conte di Buffon,
naturalista famoso del XVIII secolo e compilatore di una storia naturale valida
ancora oggi sotto molti aspetti, ritiene che il VII secolo fosse quello in cui i
Longobardi introdussero il bufalo in Italia. Sulle orme del Conte di Buffon,
Eduardo Zavattieri nella sua Storia della Zoologia, Gabriello Marotta
nel Manuale Economico Pratico e Rurale ed infine Carlo Manetti nell’Enciclopedia
Italiana concordano nell’individuare nel VII secolo il tempo
dell’apparizione del bufalo nelle italiche contrade.
Il
bufalo, però, contrariamente a quanto sopra affermato, molto probabilmente deve
essere venuto in Europa ed in Italia in specie nel corso delle migrazioni che si
ebbero nelle ere preistoriche, trovando facile adattamento in zone temperate e
dalla abbondanza di acque stagnanti.
Certo
è che in epoca greca il bufalo era conosciuto ed in quella romana anche
allevata per lo sfruttamento di terreni paludosi e malsani.
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Molti
argomenti, validissimi, confortano questa tesi; innanzi tutto la radice della
parola bufalo ha la sua origine passando nella lingua latina attraverso quelle
normali trasformazioni glottologiche conseguenziali di adattamento. Nella lingua
latina il termine lo troviamo anche nella dizione “bubalus” per il
cambiamento della “f” originaria in “b”
(es. Bruges sta anche per fruges, bremo deriva dal greco fremo, vedi
Cicerone), ritornando nella dizione bufalo in italiano per corruzione della
“b” latina in “f”.
Plinio,
inoltre, ci dice che: “bubalinas additis caulis, magno ligni compendio
percoquunt” (Lib. XXIII cap. VII).
I
giudei della fiorentissima colonia ebraica in Roma, nell’età aurea, solevano,
il primo dì del loro anno, mangiare carne bufalina aggiunta coi cavoli, secondo
una loro tradizionale usanza.
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Non
basta: Venanzio, Vescovo di Poitiers, poeta del V secolo, ci conforta con il
verso:”seu validi bufali feriti inter cornua campum”. Anche se il V secolo,
in cui scrive Venanzio, non è quello della latinità classica, pur tuttavia
risulta chiaramente la grande analogia del termine con il bubalus di Plinio e
con il bufalo degli italiani.
Come
appare in queste note, sebbene brevi e concise, risulta chiara l’esistenza del
bufalo in Italia da tempo remoto, anche se poco s’è scritto intorno a questo
animale in quel tempo; evidentemente la diffusione in grandissimo numero come i
bovini, limitata a poche zone e quasi inaccessibili per giunta, non deve aver
indotto molti scrittori a dedicarsi a questo argomento.
Ma
oltre alle prove letterali, l’antichità del bufalo, è confermata da
monumenti autentici, anche se rarissimi. Probante la testa di bufalo, preziosa
in quanto unica a Roma, trovata nelle rovine della villa di Adriano, a Tivoli.
Si
potrebbe obiettare, non avendo altri esempi antichi, che la scultura potrebbe
essere proveniente dall’Egitto o da qualche altro paese, ma si può obiettare
che se i Romani posero questa testa in una casa dell’Imperatore ne dovevano
avere certamente conoscenza diretta.

Quindi,
provando che senza soluzione di continuità il bufalo è esistito e vissuto in
Italia per lo meno dall’epoca romana, possiamo senz’altro passare a
soffermarci sull’allevamento nei tempi posteriori, quando esso assume i
caratteri che ancora oggi lo distinguono e lo specificano.
Nell’oscurità
del Medio Evo notizie sicuramente attendibili riscontriamo nella storia del
Papato.
Infatti,
fin dall’alto Medio Evo, i Papi fissarono e stabilirono una porzione delle
paludi pontine esclusivamente per il pascolo e l’allevamento dei bufali; la
grande famiglia Gaetani, proprietaria di fondi in quella zona del Lazio fu
sempre obbligata, con Bolle Pontificie, a conservare quei terreni alla pastura
unicamente dei bufali, senza poterli seminare (Gaetani, Cardinale-Buffon).
Pochi
documenti si hanno, i quali valgono a mostrare quali furono le condizioni
economiche e sociali del Mezzogiorno d’Italia nello scorcio dal XIII al XV
secolo. In questo periodo, specialmente nel XIII secolo la confusione delle
leggi era totale; leggi longobarde, costituzioni municipali e leggi romane
ancora in uso.
Nel
1294 già si allevava in modo economicamente valido, se è vero com’è vero,
che i prodotti delle bufale allevate nella tenuta reale di S. Felicita in Foggia
venivano venduti nella città di Napoli. E’ il tempo questo in cui il bufalo
comincia il suo processo di espansione. Si afferma in Campania, Calabria,
Lucania e Puglia, conquistando con la convenienza e la economicità del suo
allevamento e con la squisitezza inconfondibile dei suoi prodotti, moltissimi
proprietari di terre.
Ma
è soprattutto in Campania, nel basso Volturno e nella piana del Sele, che si
diffonde con sorprendente facilità, sfruttando nel modo migliore quei pascoli
altrimenti improduttivi per la periodica e spesso totale invadenza delle acque
del Volturno e del Sele.
Nel
1493 nell’asse ereditario di Rinaldo Fieramosca, padre del più famoso Ettore,
figuravano diverse “malarie de bufare” nei dintorni di Capua (N. Faraglia, Ettore
Fieramosca e la sua famiglia”).
Nel
1547, addì 27 settembre, il viceré don Pedro de Toledo scrisse lettera
ordinante che “ il Regio commissario dasse l’incarico a qualche persona
dabbene di guardare uve, vacche, bufale dei contumaci della città di Capua”
(G. A. Manna, Repertorio delle scritture di Capua – 1572).
Nel
1550, addì 22 dicembre, Giovanna Castriota, marchesa di S. Angelo in Monte,
viene ad un accordo per il possesso di una metà delle “buffale” cui è
interessata Porcia Fieramosca e figli (Museo Provinciale Campano in Capua –
orig. Perg. N. 464).
Ancora
moltissime le fonti e le notizie che da quest’epoca ci pervengono, tutte
riferentesi all’allevamento bufalino nella piana del Volturno. E’ questo il
tempo in cui tutta la zona dell’ Appia al mare, dal Massico a Villa Literno
viene popolandosi di centri di allevamento, le cosiddette “pagliare o
procoi” ed assume il nome caratteristico di “Mazzone delle Rose”.
E’
l’epoca in cui si delineano profondi i caratteri dell’allevamento bufalino,
caratteri che si sono man mano arricchiti nel tempo di quelle peculiari doti che
ne hanno fatto uno degli allevamenti più caratteristici ed originali,
trasportandosi di tempo in tempo fino all’alba dei giorni nostri, fino cioè a
che non si è profondamente trasformato ed adeguato alle nuove esigenze della
vita e dell’agricoltura moderna.
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Alcuni
documenti, scarni ma probanti, ci attestano che la bufala ha ormai saldamente
assunto nell’economia agricola della zona un posto importante; il consumo dei
prodotti del suo latte e della carne entrano nell’uso comune.
Riferendoci alla
carne è del 1601 la notizia laddove nell’Assise della città di Capua si
fissa il prezzo per rotolo, in grana 4 per quella di bufala e in grana 4 ½ per
quella di annutolo, bufalo di due anni (Archivio Comunale della città di Capua –
vol. 159 – Libro delle Assise). |
E’ interessante, inoltre, scorrere le
righe dei registri di macellazione di animali bufalini, scritte a penna d’oca su
carta grossolana e ruvida, e leggere come fosse fissatoli loro prezzo in ducati
e carlini.
Decine e decine di queste citazioni settimanali provano
l’uso costante che si faceva della carne di bufala (Archivio Comunale di Capua, libri di macellazione vaccina e bufalina – vari volumi).
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Il
‘700 segna l’ingresso del bufalo nella letteratura odeporica, cioè nei
diari dei viaggiatori provenienti da tutt’ Europa, che già nel secolo
precedente si spingevano alle aree napoletane, ultima tappa del “grand
tour”, che impegnava i rampolli delle più importanti casate europee come
fonte di conoscenza ed informazione.
Però
mentre l’area di presenza bufalina nei territori capuano e mondragonese veniva
evitata, perché la strada proveniente da Roma passava per Sessa – Cascano –
Sparanise – Capua, chi voleva spingersi fino ai templi di Paestum doveva
obbligatoriamente percorrere la piana ebolitana e paestana “… attraversando
canali e ruscelli e incontrando bufali dall’aspetto di ippopotami e dagli
occhi iniettati di sangue …”, come dice il Goethe che vi giunge nel 1787.
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Due
soli anni dopo giunge nell’area paestana non un poeta ma un nobile svizzero
attento ai problemi economici, ed in particolare all’agricoltura: si possono
estrapolare due significative informazioni dalla sua relazione sul fenomeno
bufalino “…razza di bestiame alla quale si porta da alcun tempo molta
attenzione…le mandrie più numerose si ritrovano sulle rive del Volturno e
nelle pianure a settentrione della Terra di Lavoro…” (Nel Regno di
Napoli. Viaggi attraverso varie province, Carlo Ulisse de Salis Marchlins).
Mentre
la seconda espressione può valere come epitaffio per quanti sembrano voler
negare alle aree meridionali la caratteristica e peculiare presenza del bufalo,
la prima appare riferirsi direttamente all’influenza dell’impianto della
Tenuta Reale detta di “Carditello”.
A
riguardo è documentato che nel 1735 gli Austriaci, assediati in Capua dalle
truppe di Carlo di Borbone che veniva a conquistarsi il Regno, a corto di viveri
fecero una sortita razziando 150 fra vacche e vitelli, 90 bufale ed annuvoli,
nonché maiali e cavalli, nella tenuta “Il Cammino” allora di proprietà
Orsini, Duca di Gravina, e confinante con il limite occidentale di quell’area
dove poi si insedierà la Tenuta Reale.
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Nel secolo scorso molto interesse suscitò l’allevamento bufalino in
Terra di Lavoro. Molto si parlò e molto si scrisse intorno all’argomento,
al modo di come si svolgeva, dove si svolgeva. Nell’ambito chiuso della
“pagliata” l’uomo e la bestia vivevano ancora la stessa rude vita di
sacrificio e di povertà sulla pur fertile terra che li ospitava. Timidi
tentativi, in verità, per le condizioni ambientali e generali dell’epoca, che
se non altro ebbero il merito di sollevare l’interesse della gran massa del
pubblico per la questione dell’allevamento e delle condizioni in cui si
svolgeva.
Il colpo decisivo, però, che avviò a soluzione tutti i problemi fu
senz’altro portato dalla bonifica che ridonando tutti quei terreni ad una più
razionale forma di sfruttamento, fece si che la bufala si inserisse
nell’allevamento razionalmente inteso.
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La consistenza numerica della specie, che nel mondo supera i 173 milioni di capi, in Italia oscillò tra il 1800 e il 1930 tra i 10.000 e i 20.000 capi per scendere a 12.500 capi dopo la fine della seconda guerra mondiale in quanto sopperì, insieme ad altre specie, al fabbisogno alimentare delle truppe tedesche in fuga. Nel 1954 per la prima volta al mondo una bufala fu munta con una mungitrice
automatica. E ne è stata fatta di strada da allora. Le aziende moderne sono
dotate di sofisticate apparecchiature che lavano e disinfettano la mammella
prima di mungere la bufala. Al collo di ogni animale c’è poi un microchip su
cui sono memorizzati un’infinità di dati, una specie di "carta
d’identità" che indica alla macchina persino la posizione dei capezzoli
e quali di questi mungere. Ogni volta viene poi effettuato in tempo reale un
esame diagnostico sulla carica batterica del latte e sullo stato di salute
dell’animale, e i dati raccolti vengono inviati per via telematica ad una
centrale di controllo che sorveglia tutto il lavoro.
Oggi, a 60 anni dal ritorno della pace, il patrimonio bufalino si è ricostituito a ritmi esponenziali, fino a raggiungere nel 2006 oltre 230.000 capi allevati nella sola Campania.
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Dal 1979 opera su tutto il territorio nazionale l'ANASB (Associazione Nazionale Allevatori Specie Bufalina). Nel giugno del 1980
e' stato istituito
il Libro Genealogico della Specie Bufalina,
gestito inizialmente dall'AIA, al fine di ottenere il
miglioramento genetico della specie.
Nel
segno del bufalo... Secondo lo zodiaco cinese è del Bufalo chi nasce negli anni
1913, 1925, 1937, 1949, 1961, 1973, 1985, 1997, 2009: un tipo tranquillo,
preciso e metodico; intelligente ed idealista ma intollerante, ostinato,
conservatore; è un capo. Lavora duramente e bene, sia con la mente sia con le
mani. I suoi partner ideali sono Gallo, Topo e Serpente; dovrebbe evitare Capra
e Tigre.
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Denominazione
dei bufalini alle diverse età:
| Vitello/a |
dalla nascita allo svezzamento |
| Asseccaticcio/a |
dallo svezzamento a 12 mesi |
| Annutolo |
dai 13 ai 24 mesi |
| Annutola |
dai 13 alla prima inseminazione |
| Toro |
maschio riproduttore |
| Maglione |
maschio castrato |
| Giovenca |
femmina prossima al parto |
| Bufala |
femmina dal primo parto in poi |
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Bibliografia:
A.
E. Brehm – “La vita degli animali” - vol. 2 – Torino 1872
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