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IL BUFALO MEDITERRANEO in Campania

Trattare, seppure sommariamente, dell’introduzione in Italia della bufala e della diffusione dei suoi prodotti, non è facile, e per la frammentazione delle fonti e per la loro scarsezza.
Nella letteratura affiorano errori palesi che, anche ad un superficiale esame, rivelano tutta la confusione che si è fatta e si fa intorno a questo animale.
L’argomento, infatti, ha destato sempre poco interesse, sia per l’esoticità del soggetto, sia per la limitatezza dell’ambiente in cui si è acclimatato.

A.E. Brehm in “La vita degli animali”, nella seconda metà dell’800, scrive:

“Sinora non s’è determinato in modo preciso per quale via il bufalo domestico siasi sempre più diffuso. Non v’ha dubbio che sia originario dell’India, appunto perché concorda perfettamente con quello che vive ancora colà allo stato selvatico. Probabilmente passò in Persia a seguito dei grandi eserciti, o colle popolazioni migranti, poiché i compagni di Alessandro il Grande ve lo trovarono. Più tardi i musulmani lo avranno trasportato nella Siria e nell’Egitto.
In Italia venne nell’anno 596, sotto il governo d’Agilulfo, col massimo stupore degli Europei.

Dapprincipio si è senza dubbio riprodotto molto lentamente, poiché il santo Giribaldo, che percorse la Sicilia e l’Italia sul principio del secolo XVIII, non conosceva ancora il bufalo domestico, e si stupì quando lo incontrò più tardi sul Giordano. Attualmente si trova oltre all’Indostan, in tutto l’Afganistan, nella Persia, nell’Armenia, nella Siria, nella Palestina fino al Mar Caspio ed al Mar Nero, nella Turchia, nella Grecia, nelle regioni basse del Danubio, nell’Italia, ed è comunissimo anche in Egitto, ma non nella Nubia.  
Le regioni calde, paludose o ricche d’ acqua, convengono meglio a questo animale, che tiene il mezzo tra le bovine e i pachidermi. Il Delta del Nilo è pel bufalo un vero paradiso; si trova anche molto bene nelle miasmatiche paludi pontine, nelle regioni paludose della Campania, delle Puglie, nelle terre basse del Danubio. E’ quasi l’unico abitatore delle paludi d’Italia, giacchè tutti gli altri animali domestici soccombono in quelle regioni malsane, e perciò è meravigliosamente proprio alla coltivazione del riso. E’ dappertutto comune nel Basso Egitto, ove, unitamente alla capra, è il solo animale che produca latte e burro. Ogni villaggio nel Delta, ed anche nell’Egitto superiore, ha nel suo centro un vasto pantano che offre ai bufali un comodo bagno; più che non al pascolo si vede il bufalo nell’acqua; vi si tuffa profondamente, quando può, tanto che appena spuntano fuori la testa ed un poco del dorso. Lo straripamento del Nilo segno per esso l’epoca del godimento. Si aggira nuotando nei campi sommersi, mangia l’erba delle parti rilevate, il duro carice dei siti incolti, si raduna in numerosi branchi, si trastulla nell’acqua, e torna a casa solo quando le femmine hanno bisogno d’esser munte, e vengono perciò accompagnate dai maschi. E’ bello veder nuotare nel fiume larghissimo un branco di bufali; i loro pastori, bambini da otto a dieci anni, siedono loro sulla groppa, e si lasciano spensieratamente portare dai fedeli animali fra lo scendere e il sollevarsi delle onde mugghianti. Non si può abbastanza ammirare la maestria nel nuotare di cui fan prova i bufali. Sembra che l’acqua sia proprio il loro elemento, si trastullano insieme mentre nuotano, si tuffano, si mettono sul fianco, in parte sul dorso, si lasciano portare dalla corrente, mollemente, senza muovere neppure una gamba, attraversano in linea retta il fiume solo portati giù dalla corrente. Passano ogni giorno nel fiume da sei ad otto ore; attendono colà comodamente allungati al ruminare, e con una soddisfazione almeno eguale a quella che provano i loro signori cugini sdraiati sul suolo. Ogni bufalo diventa molto irrequieto, e persino cattivo, se deve per un certo tempo esser privo d’acqua. Le pozzanghere fangose gli accomodano assai meno delle acque profonde di uno stagno ben disposto, o dalle fresche onde di un fiume; perciò si vedono sovente durante la siccità in Egitto i bufali prendere il pesante galoppo, cui non ricorrono che nel maggior furore, e precipitarsi, come spiritati, a capo fitto nelle onde del fiume. Nell’India ed anche in Italia, molte persone hanno dovuto perdere la vita in in conseguenza della smania per l’acqua di questi animali. I bufali attaccati a veicoli correvano come fuori di se, col loro carico, al fiume, e seppellivano nelle onde se ed il veicolo ad un tempo.
Sul terreno il bufalo è decisamente molto più impacciato che non nell’acqua. Il suo passo è pesante e la sua corsa, sebbene faccia molto cammino, è uno stentato spingersi avanti. Quando è in grande furore, o, come già fu detto, ha vivo desiderio dell’acqua, la pesante bestia prende il galoppo, se così può chiamarsi una successione di salti sghembati. Non persevera certo in cosiffatta andatura più di cento o duecento passi, e torna a trottare, poscia a camminare nel suo pacato modo consueto.

Il bufalo (lat. scient. Bubalus Frisch): genere di ruminanti della sottofamiglia di bovini: forme tozze, arti corti e grossi, pelame scuro e negli adulti scarso, corna segnate da rugosità trasversali sono le caratteristiche che differenziano il bufalo dal bovino.
Frisch, che lo studiò nel 1775, lo distinse in due sottogeneri: bufalo asiatico e bufalo africano. Il primo è diffuso in tre specie nel Borneo, nell’ India orientale e settentrionale, il secondo è diffuso nell’Africa occidentale, centrale ed orientale, in forme numerose che vanno riunite in una sola specie.
Il bufalo indiano, bos bubalus di Linneo, è il diretto progenitore del bufalo domestico asiatico, africano ed europeo. 
Il Bufalo domestico (Bubalus bubalus) è un mammifero ruminante artiodattilo che appartiene alla famiglia dei Bovidi;  la pelliccia è di un colore grigio scuro uniforme, le corna sono appiattite e ricurve all'indietro.


Chi per la prima volta incontra bufali domestici raccapriccia davvero.
L’espressione della loro faccia indica un’indole indomabile ed una ferocia nascosta. Dall’occhio si svelano l’astuzia e la perfidia... Ma non si tarda a riconoscere che si avrebbe torto a giudicare il bufalo dall’apparenza. 

In Egitto almeno è un animale pacifico, che si affida senza timore alla custodia di bambini. Ho veduto più di venti volte, ragazzine sedute sopra il fascio di trifoglio legato sul dorso della bestia, spingere a casa il bufalo, col mezzo di un bastone, valicando all’uopo fossi e bracci del Nilo; ma non ho mai udito che fosse capitata disgrazia.

Il bufalo nella sua indole intellettuale si distingue per una profonda indifferenza per tutto quello che non è acqua o cibo, ad eccezione forse unicamente del piccolo che la femmina abbia da poco partorito. Si rassegna colla medesima stupida indifferenza a quello che non può evitare; tira filosoficamente l’aratro ed il carro, si lascia condurre a casa e di nuovo ricondurre al campo, né pretende altro se non che di godere il suo bagno quotidiano per parecchie ore. Del resto il bufalo è poco adoperato per l’agricoltura in Egitto, ove lo si adopera specialmente a portare carichi e cavalieri per varcare il Nilo. Il bufalo aiuta ad arare se capita ad un fellah di doversi servire di un cammello. Questo nobile animale, trova, già s’intende, in tal volgare lavoro, un illimitato disprezzo della sua dignità, e si rassegna colle mostre del massimo malvolere. Il bufalo è allora per esso il miglior compagno. Seguita il suo cammino col passo tranquillo di prima, perfettamente indifferente, del resto, al furore od alla rassegnazione del suo vicino, al quale oppone si valida resistenza, che questo per amore o per forza deve finire il compito giornaliero.

Una virtù straordinaria del bufalo è la sua sobrietà, veramente senza esempio. Il cammello che viene citato come un modello di moderazione, l’asino che trova nel cardo un cibo squisito, non superano certamente il bufalo. Esso sdegna le erbe succose e saporite care agli altri buoi, ricerca le piante più secche, più dure, più insipide. Un bufalo che, d’estate, trovasi fuori, e può cibarsi a sua scelta, lascia stare l’erba, il trifoglio, il fieno offertogli nella stalla, e anela a più semplici cibi. Le erbe acquatiche e delle paludi d’ogni sorta, i giunchi, le canne e simili, in una parola le erbe che gli altri animali disprezzano, sono per esso più squisite, e le mangia come se fossero leccornie. E sa trar buon profitto di tale cibo, poiché dà un latte eccellente, di gusto squisito, ricco di panna, da cui si ottiene in copia un burro eccellente. L’Egiziano vede nel suo Gamus la più utile delle bestie domestiche, e non ha torto.

Il bufalo è sgradevole pel suo sudiciume. Sovente rassomiglia ad un maiale che si sia avvoltato in una pozzanghera, poiché trova ancor esso la gioia del suo cuore nei luoghi che fanno la delizia di quel ben noto quadrupede. A lui è perfettamente indifferente che la melma gli si sia appiccicata ai crini, o che un bagno di lunghe ore nelle fresche acque del fiume lo abbia completamente lavato e ripulito. Sa sopportare con calma e filosofica dignità quelle varie condizioni. Lo si accusa anche di vedere in certi tempi nella diletta bandiera rossa del profeta un oggetto che eccita la sua collera, e lo induce a precipitarsi furiosamente sui santi cenci, per cui i Turchi, saldi nella fede, lo considerano come un reietto, che disprezza in modo infame le leggi dell’Altissimo; gli Egiziani invece gli perdonano, in considerazione dei servigi che presta loro, siffatti eccessi, senza cercar altro, o forse convinti che la misericordia dell’onnipotente sarà grande anche per quel tizzone d’inferno di libero pensatore.

I Tudas, tribù indiana, che abita le alture del Nilgeni, e si scosta essenzialmente nei costumi e nella religione degli Indù, la pensano sul conto del bufalo in modo diverso assai dai Turchi. Lo onorano quasi al par d’un Dio. Numerosi armenti delle più belle razze vengono da essi mantenuti, e considerati come i più importanti animali domestici. Presentano alle loro divinità il latte di bufala come cosa santa, e interi armenti sono serbati per l’uso del tempio, e vanno a pascolare nei prati consacrati. Il zebu all’incontro, oggetto di speciale venerazione per parte degli Indiani, è da essi tenuto in poco conto. Giusta il parere di quella gente, il vitello del bufalo è il capro emissario carico dei peccati umani, come nel linguaggio simbolico dei nostri preti l’agnello è la vittima espiatoria. Ma il modo di vedere dei Tudas si scosta alquanto da quello dei preti cristiani. Per esempio, alla morte di un ricco si ammazza un bufalo affinché accompagni nell’altro mondo l’onesto Tuda, e ne porti fedelmente i peccati; il vitello invece porta quelli del comune intero. Nondimeno mentre vive il bufalo è sottoposto dal Tuda ad un lavoro assiduo e al trasporto di carichi pesanti, probabilmente nella buona intenzione di prepararlo davvero al peso ancora più grave dei peccati che avrà da portare.

Il bufalo è un essere silenzioso. Quando se ne sta nel suo bagno fresco, non schiude la bocca, ed anche se lavora o pascola attende senza fiatare ai fatti suoi. Le femmine sole che hanno piccoli lattanti, od i maschi che sono stati indotti nel maggior furore, lasciano talvolta risuonare la loro voce, che non è altro che un forte muggito, spiacevole in sommo grado, e che sta in mezzo tra il muggito ben noto delle bovine e il grugnito del maiale.

Lasciato a se stesso, nelle regioni più settentrionali, il bufalo si accoppia nei mesi di primavera, cioè in aprile e maggio.
Dieci mesi dopo la femmina partorisce; il neonato è una creatura assai deforme; è tuttavia teneramente amato dalla madre e difeso in caso di pericolo col noto coraggio della sua razza.

E’ adulto nel quarto o nel quinto anno e vive sino a 18 o 20 anni. Il bufalo si accoppia senza grande difficoltà collo zebù; col bue domestico invece la cosa non si fa da se, né capita mai di proprio impulso. Tale incrociamento è finora rimasto infruttuoso, poiché il feto, di cui è padre il bufalo, è già tanto grosso nel seno materno che all’atto della nascita o muore , od uccide la madre.

L’utile del bufalo è relativamente maggiore di quello che produce il bue, perché quello non esige nessuna cura, e si ciba di piante ricusate da questo e da tutti gli altri animali domestici. E’ un animale utilissimo nelle regioni paludose, ed anche pel dissodamento dei campi. Quello che gli fa difettoin intelligenza è compensato dalla sua prodigiosa forza. La sua crne è dura e tenace, sgradevole anche pel suo odore di muschio; ma i bufali giovani dovunque si mangiano volentieri. Il grasso è eccellente; lo si preferisce pel gradito sapore e per la cedevolezza a quello del maiale. La pelle grossa, spessa, è molto pregiata, e dalle corna si fabbricano eccellenti e durevoli utensili d’ogni sorta.

Nell’India soltanto, e forse ancora in Persia, il bufalo ha nemici che lo possono danneggiare. E’ per vero eccessivamente raro che uno strupo di lupi attacchi un bufalo nelle bassure danubiane, e il bufalo deve essere sfinito di forze se i suoi nemici riescono ad avere il sopravvento, perché un bufalo irritato è in faccia al lupo un nemico troppo potente. La stessa cosa avviene nell’India, sebbene colà il bufalo domestico e il selvatico abbiano da fare col medesimo nemico, la tigre. Non v’ha dubbio che questa temuta fiera prenda buona parte dei suoi pasti a danno dei branchi di bufali; ma è altrettanto certo che un branco di bufali mette una tigre in fuga, e i pastori non si stimano punto in pericolo quando attraversano, a cavallo dei loro bufali, i boschi in cui trovansi le tigri ”.


Gli studiosi non sono concordi nello stabilire l’epoca nella quale il bufalo fu introdotto nelle nostre zone; l’autorevole Leclerc, Conte di Buffon, naturalista famoso del XVIII secolo e compilatore di una storia naturale valida ancora oggi sotto molti aspetti, ritiene che il VII secolo fosse quello in cui i Longobardi introdussero il bufalo in Italia. Sulle orme del Conte di Buffon, Eduardo Zavattieri nella sua Storia della Zoologia, Gabriello Marotta nel Manuale Economico Pratico e Rurale ed infine Carlo Manetti nell’Enciclopedia Italiana concordano nell’individuare nel VII secolo il tempo dell’apparizione del bufalo nelle italiche contrade.

Il bufalo, però, contrariamente a quanto sopra affermato, molto probabilmente deve essere venuto in Europa ed in Italia in specie nel corso delle migrazioni che si ebbero nelle ere preistoriche, trovando facile adattamento in zone temperate e dalla abbondanza di acque stagnanti. 

Certo è che in epoca greca il bufalo era conosciuto ed in quella romana anche allevata per lo sfruttamento di terreni paludosi e malsani.

Molti argomenti, validissimi, confortano questa tesi; innanzi tutto la radice della parola bufalo ha la sua origine passando nella lingua latina attraverso quelle normali trasformazioni glottologiche conseguenziali di adattamento. Nella lingua latina il termine lo troviamo anche nella dizione “bubalus” per il cambiamento della “f” originaria in “b”  (es. Bruges sta anche per fruges, bremo deriva dal greco fremo, vedi Cicerone), ritornando nella dizione bufalo in italiano per corruzione della “b” latina in “f”.
Plinio, inoltre, ci dice che: “bubalinas additis caulis, magno ligni compendio percoquunt” (Lib. XXIII cap. VII). I giudei della fiorentissima colonia ebraica in Roma, nell’età aurea, solevano, il primo dì del loro anno, mangiare carne bufalina aggiunta coi cavoli, secondo una loro tradizionale usanza.

Non basta: Venanzio, Vescovo di Poitiers, poeta del V secolo, ci conforta con il verso:”seu validi bufali feriti inter cornua campum”. Anche se il V secolo, in cui scrive Venanzio, non è quello della latinità classica, pur tuttavia risulta chiaramente la grande analogia del termine con il bubalus di Plinio e con il bufalo degli italiani.

Come appare in queste note, sebbene brevi e concise, risulta chiara l’esistenza del bufalo in Italia da tempo remoto, anche se poco s’è scritto intorno a questo animale in quel tempo; evidentemente la diffusione in grandissimo numero come i bovini, limitata a poche zone e quasi inaccessibili per giunta, non deve aver indotto molti scrittori a dedicarsi a questo argomento.

Ma oltre alle prove letterali, l’antichità del bufalo, è confermata da monumenti autentici, anche se rarissimi. Probante la testa di bufalo, preziosa in quanto unica a Roma, trovata nelle rovine della villa di Adriano, a Tivoli.

Si potrebbe obiettare, non avendo altri esempi antichi, che la scultura potrebbe essere proveniente dall’Egitto o da qualche altro paese, ma si può obiettare che se i Romani posero questa testa in una casa dell’Imperatore ne dovevano avere certamente conoscenza diretta.

Quindi, provando che senza soluzione di continuità il bufalo è esistito e vissuto in Italia per lo meno dall’epoca romana, possiamo senz’altro passare a soffermarci sull’allevamento nei tempi posteriori, quando esso assume i caratteri che ancora oggi lo distinguono e lo specificano.

Nell’oscurità del Medio Evo notizie sicuramente attendibili riscontriamo nella storia del Papato.

Infatti, fin dall’alto Medio Evo, i Papi fissarono e stabilirono una porzione delle paludi pontine esclusivamente per il pascolo e l’allevamento dei bufali; la grande famiglia Gaetani, proprietaria di fondi in quella zona del Lazio fu sempre obbligata, con Bolle Pontificie, a conservare quei terreni alla pastura unicamente dei bufali, senza poterli seminare (Gaetani, Cardinale-Buffon).

Pochi documenti si hanno, i quali valgono a mostrare quali furono le condizioni economiche e sociali del Mezzogiorno d’Italia nello scorcio dal XIII al XV secolo. In questo periodo, specialmente nel XIII secolo la confusione delle leggi era totale; leggi longobarde, costituzioni municipali e leggi romane ancora in uso.

Nel 1294 già si allevava in modo economicamente valido, se è vero com’è vero, che i prodotti delle bufale allevate nella tenuta reale di S. Felicita in Foggia venivano venduti nella città di Napoli. E’ il tempo questo in cui il bufalo comincia il suo processo di espansione. Si afferma in Campania, Calabria, Lucania e Puglia, conquistando con la convenienza e la economicità del suo allevamento e con la squisitezza inconfondibile dei suoi prodotti, moltissimi proprietari di terre.

Ma è soprattutto in Campania, nel basso Volturno e nella piana del Sele, che si diffonde con sorprendente facilità, sfruttando nel modo migliore quei pascoli altrimenti improduttivi per la periodica e spesso totale invadenza delle acque del Volturno e del Sele.

Nel 1493 nell’asse ereditario di Rinaldo Fieramosca, padre del più famoso Ettore, figuravano diverse “malarie de bufare” nei dintorni di Capua (N. Faraglia, Ettore Fieramosca e la sua famiglia”).

Nel 1547, addì 27 settembre, il viceré don Pedro de Toledo scrisse lettera ordinante che “ il Regio commissario dasse l’incarico a qualche persona dabbene di guardare uve, vacche, bufale dei contumaci della città di Capua” (G. A. Manna, Repertorio delle scritture di Capua - 1572).

Nel 1550, addì 22 dicembre, Giovanna Castriota, marchesa di S. Angelo in Monte, viene ad un accordo per il possesso di una metà delle “buffale” cui è interessata Porcia Fieramosca e figli (Museo Provinciale Campano in Capua - orig. Perg. N. 464).

Ancora moltissime le fonti e le notizie che da quest’epoca ci pervengono, tutte riferentesi all’allevamento bufalino nella piana del Volturno. E’ questo il tempo in cui tutta la zona dell’ Appia al mare, dal Massico a Villa Literno viene popolandosi di centri di allevamento, le cosiddette “pagliare o procoi” ed assume il nome caratteristico di “Mazzone delle Rose”.

E’ l’epoca in cui si delineano profondi i caratteri dell’allevamento bufalino, caratteri che si sono man mano arricchiti nel tempo di quelle peculiari doti che ne hanno fatto uno degli allevamenti più caratteristici ed originali, trasportandosi di tempo in tempo fino all’alba dei giorni nostri, fino cioè a che non si è profondamente trasformato ed adeguato alle nuove esigenze della vita e dell’agricoltura moderna.

Alcuni documenti, scarni ma probanti, ci attestano che la bufala ha ormai saldamente assunto nell’economia agricola della zona un posto importante; il consumo dei prodotti del suo latte e della carne entrano nell’uso comune.


Riferendoci alla carne è del 1601 la notizia laddove nell’Assise della città di Capua si fissa il prezzo per rotolo, in grana 4 per quella di bufala e in grana 4 ½ per quella di annutolo, bufalo di due anni (Archivio Comunale della città di Capua - vol. 159 - Libro delle Assise).

E’ interessante, inoltre, scorrere le righe dei registri di macellazione di animali bufalini, scritte a penna d’oca su carta grossolana e ruvida, e leggere come fosse fissatoli loro prezzo in ducati e carlini.
Decine e decine di queste citazioni settimanali provano l’uso costante che si faceva della carne di bufala (Archivio Comunale di Capua, libri di macellazione vaccina e bufalina - vari volumi).

Il ‘700 segna l’ingresso del bufalo nella letteratura odeporica, cioè nei diari dei viaggiatori provenienti da tutt’ Europa, che già nel secolo precedente si spingevano alle aree napoletane, ultima tappa del “grand tour”, che impegnava i rampolli delle più importanti casate europee come fonte di conoscenza ed informazione.  
Però mentre l’area di presenza bufalina nei territori capuano e mondragonese veniva evitata, perché la strada proveniente da Roma passava per Sessa - Cascano - Sparanise - Capua, chi voleva spingersi fino ai templi di Paestum doveva obbligatoriamente percorrere la piana ebolitana e paestana “… attraversando canali e ruscelli e incontrando bufali dall’aspetto di ippopotami e dagli occhi iniettati di sangue …”, come dice il Goethe che vi giunge nel 1787. 

Due soli anni dopo giunge nell’area paestana non un poeta ma un nobile svizzero attento ai problemi economici, ed in particolare all’agricoltura: si possono estrapolare due significative informazioni dalla sua relazione sul fenomeno bufalino “…razza di bestiame alla quale si porta da alcun tempo molta attenzione…le mandrie più numerose si ritrovano sulle rive del Volturno e nelle pianure a settentrione della Terra di Lavoro…” (Nel Regno di Napoli. Viaggi attraverso varie province, Carlo Ulisse de Salis Marchlins).

Mentre la seconda espressione può valere come epitaffio per quanti sembrano voler negare alle aree meridionali la caratteristica e peculiare presenza del bufalo, la prima appare riferirsi direttamente all’influenza dell’impianto della Tenuta Reale detta di “Carditello”. 

A riguardo è documentato che nel 1735 gli Austriaci, assediati in Capua dalle truppe di Carlo di Borbone che veniva a conquistarsi il Regno, a corto di viveri fecero una sortita razziando 150 fra vacche e vitelli, 90 bufale ed annuvoli, nonché maiali e cavalli, nella tenuta “Il Cammino” allora di proprietà Orsini, Duca di Gravina, e confinante con il limite occidentale di quell’area dove poi si insedierà la Tenuta Reale.

Nel secolo scorso molto interesse suscitò l’allevamento bufalino in Terra di Lavoro.
Molto si parlò e molto si scrisse intorno all’argomento, al modo di come si svolgeva, dove si svolgeva. Nell’ambito chiuso della “pagliata” l’uomo e la bestia vivevano ancora la stessa rude vita di sacrificio e di povertà sulla pur fertile terra che li ospitava. Timidi tentativi, in verità, per le condizioni ambientali e generali dell’epoca, che se non altro ebbero il merito di sollevare l’interesse della gran massa del pubblico per la questione dell’allevamento e delle condizioni in cui si svolgeva. Il colpo decisivo, però, che avviò a soluzione tutti i problemi fu senz’altro portato dalla bonifica che ridonando tutti quei terreni ad una più razionale forma di sfruttamento, fece si che la bufala si inserisse nell’allevamento razionalmente  inteso.

La consistenza numerica della specie, che nel mondo supera i 173 milioni di capi, in Italia oscillò tra il 1800 e il 1930 tra i 10.000 e i 20.000 capi per scendere a 12.500 capi dopo la fine della seconda guerra mondiale in quanto sopperì, insieme ad altre specie, al fabbisogno alimentare delle truppe tedesche in fuga.
Nel 1954 per la prima volta al mondo una bufala fu munta con una mungitrice automatica. E ne è stata fatta di strada da allora. Le aziende moderne sono dotate di sofisticate apparecchiature che lavano e disinfettano la mammella prima di mungere la bufala. Al collo di ogni animale c’è poi un microchip su cui sono memorizzati un’infinità di dati, una specie di "carta d’identità" che indica alla macchina persino la posizione dei capezzoli e quali di questi mungere. Ogni volta viene poi effettuato in tempo reale un esame diagnostico sulla carica batterica del latte e sullo stato di salute dell’animale, e i dati raccolti vengono inviati per via telematica ad una centrale di controllo che sorveglia tutto il lavoro.

Oggi, a 60 anni dal ritorno della pace, il patrimonio bufalino si è ricostituito a ritmi esponenziali, fino a raggiungere nel 2006 oltre 230.000 capi allevati nella sola Campania.

Dal 1979 opera su tutto il territorio nazionale l'ANASB (Associazione Nazionale Allevatori Specie Bufalina).
Nel giugno del 1980 e' stato istituito il Libro Genealogico della Specie Bufalina, gestito inizialmente dall'AIA, al fine di ottenere il miglioramento genetico della specie.


Nel segno del bufalo... Secondo lo zodiaco cinese è del Bufalo chi nasce negli anni 1913, 1925, 1937, 1949, 1961, 1973, 1985, 1997, 2009: un tipo tranquillo, preciso e metodico; intelligente ed idealista ma intollerante, ostinato, conservatore; è un capo. Lavora duramente e bene, sia con la mente sia con le mani. I suoi partner ideali sono Gallo, Topo e Serpente; dovrebbe evitare Capra e Tigre.

Denominazione dei bufalini alle diverse età:

Vitello/a
dalla nascita allo svezzamento
Asseccaticcio/a
dallo svezzamento a 12 mesi
Annutolo
13 ai 24 mesi

Annutola

dai 13 alla prima inseminazione

Toro
maschio riproduttore
Maglione
maschio castrato
Giovenca
femmina prossima al parto
Bufala
femmina dal primo parto in poi

Bibliografia: A. E. Brehm - “La vita degli animali” - vol. 2 - Torino 1872 


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    MOZZARELLA DI BUFALA